Ludendo docere: tutti in scena al Teatro Bellini!

Leggere I promessi sposi, questo il titolo della lezione teatralizzata cui abbiamo assistito lo scorso 25 ottobre, accompagnati dalle docenti Di Meo e Mongillo,

A cura degli studenti delle classi seconde del liceo scientifico

Leggere I promessi sposi, questo il titolo della lezione teatralizzata cui abbiamo assistito lo scorso 25 ottobre, accompagnati dalle docenti Di Meo e Mongillo, presso il Teatro Bellini di Napoli. L’ attore e doppiatore Paolo Cresta oramai da anni presta la voce e il corpo per una lettura inedita e certamente appassionante dei grandi classici della letteratura e non poteva mancare il romanzo amato o odiato ma certamente sottovalutato da intere generazioni. La ri-lettura dell’opera è stata preceduta da una profonda riflessione sul senso della scrittura. Se tante volte, con Calvino, ci siamo interrogati sul perché leggere i classici, poche volte ci siamo invece chiesti perché si scrive. Gesualdo Bufalino, nel volume Cere perse edito da Sellerio nel 1985, fornisce qualche risposta. Si scrive per popolare il deserto, per non morire, per essere ricordati e per ricordare, per vincere dentro di sé l’amnesia, il buco grigio del tempo…Si scrive per ricordare ma si scrive anche per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore. Leopardi scriveva per essere felice. Si scrive per surrogare la vita, per viverne un’altra. L’arte, in quel caso, diventa, se il bisticcio è lecito, un arto, un arto artificiale, la pròtesi d’una vita non vissuta. Si scrive anche per persuadere e amorosamente sedurre. Chi scrive intreccia con chi legge una guerra d’amore, una complicità invidiosa, una clandestina intesa di peccatori. Conclude Bufalino: il compito civico e umanitario dello scrittore è farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete, un ladro del fuoco che porti fra gli uomini il segreto della cenere, un confessore degli infelici, una spia sacra, un dio disceso a morire per tutti. Ciò non vuol dire che scrivere è uguale a pregare?  Dopo questa appassionante introduzione l’attore si è soffermato su tre passi importanti del romanzo, invitando noi studenti a rappresentare in scena le passioni dei personaggi evocati. Primo fra tutti don Abbondio. Un testo scritto è un film senza immagini, leggere attentamente una sequenza significa immaginarla e nessuna serie tv potrà mai restituirci il piacere di essere registi della pagina. Dunque abbiamo provato a figurarci e a rappresentare cosa avrà provato il povero curato alla vista dei bravi, soffermandoci su particolari come quell’indice e quel medio della mano sinistra posti nel collare, come per raccomodarlo, espressione del disagio anche fisico e espediente usato da don Abbondio per scrutare se intorno vi fosse qualcuno a cui chiedere aiuto. Altra scena fortemente evocativa, contenuta nell’ottavo capitolo del romanzo, è quella del matrimonio a sorpresa in casa del curato. Il narratore ce la racconta nei minimi dettagli e, letta in chiave moderna, può essere rappresentata come uno slow motion. Dunque Manzoni regista oltre che scrittore? Ebbene sì, anche sceneggiatore, scenografo e fotografo. E la colonna sonora? C’è anche quella, è il ritmo sapiente con il quale accompagna la sua “partitura lessicale”, alternando lunghe frasi per rallentare l’azione con frasi brevi e spezzate da una punteggiatura incalzante. Umberto Eco aveva fatto notare quanto cinematografico fosse lo sguardo di Manzoni proprio nella panoramica con carrellata che apre il romanzo e di certo il cinema ha un grosso debito con Manzoni e con la letteratura in generale.

L’ultima scena rappresentata è stata quella dell’abbraccio del cardinale Federico Borromeo con l’Innominato. In un crescendo di emozioni abbiamo riflettuto sul significato etimologico della compassione, osservando l’umiltà di due uomini forti: Il peccatore che ha il coraggio di chiedere aiuto e l’’uomo di Chiesa che si affretta ad andargli incontro.

Una matinée intensa al Teatro Bellini che ci ha restituito ancora una volta il senso degli studi umanistici in un liceo a vocazione scientifica e ci ha permesso di ri-leggere in maniera ludica e coinvolgente un classico.

Pieni di stupore e meraviglia, con ancora negli occhi il legno dorato e gli stucchi ottocenteschi dello splendido Teatro, in attesa di visitare il Mann nel pomeriggio, abbiamo fatto tappa nella più antica pizzeria di Napoli per gustare un’altra meraviglia!